Il progetto: “Culture giovanili tarantine verso il futuro”

di Paola Pagano, Antonio Palummieri e Cecilia Sesto

L’Associazione “Prospettive di Sviluppo”, in accordo con la Regione Puglia, ha avviato il progetto di ricerca “Culture giovanili tarantine verso il futuro”, vincitore nell’ambito del Concorso “Principi Attivi, Giovani Idee per una Puglia Migliore”, indetto dall’Assessorato alle Politiche giovanili.

Obiettivi

Rilevare la Cultura Locale, vale a dire analizzare l’insieme dei modelli culturali, con cui gli studenti in uscita dalle scuole secondarie di secondo grado organizzano il proprio rapporto con la scuola e con il futuro formativo e lavorativo.

Finalità

Esplorare la rappresentazione culturale del futuro e del mondo del lavoro. Conoscere la popolazione giovanile di cui si sono rilevate le attese e la domanda. Integrare le due conoscenze, contestualizzandole nella specificità storico-culturale tarantina.

Realizzazione

Al progetto hanno partecipato 505 studenti che hanno elaborato un testo a partire da una “traccia-stimolo” predisposta per esplorare la loro relazione con la scuola e la formazione e come essa orienta la prefigurazione di futuro lavorativo e formativo. L’insieme dei testi è stato analizzato con la metodologia dell’Analisi Emozionale del Testo, uno strumento psicologico per la rilevazione delle culture. I risultati dell’analisi sono stati discussi con i dirigenti scolastici e i docenti delle scuole interessate e con alcune classi di studenti.

I risultati

L’analisi evidenzia cinque differenti modelli culturali che chiamiamo Repertori Culturali. RC). Questi rappresentano le modalità, condivise dai giovani studenti partecipanti alla rilevazione, di rappresentarsi e rapportarsi emozionalmente alla scuola e al futuro.

 

Nella Cultura Locale dei giovani tarantini la consapevolezza dell’imminente perdita di una situazione protetta, la scuola superiore, e il viversi “soli” a fronte di esperienze complesse fanno sì che gli studenti avvertano la propria impotenza a trattare il futuro. I giovani oscillano tra il rappresentarsi onnipotentemente come individui capaci di dotarsi da soli di un’identità lavorativa e, allo stesso tempo, l’immobilità dell’impotenza in cui esita questo vissuto. In tal modo, la spinta a pensare il futuro diviene un atto di eroismo titanico, che rischia di fallire perché i giovani si prefigurano da soli in un contesto che in realtà è intessuto di relazioni. A fronte della complessità e della destabilizzazione della società attuale, i giovani tarantini si aggrappano all’investimento nella tecnica, idealizzata come lasciapassare che garantisce l’ingresso nel mondo aziendale; prefigurano di proseguire gli studi, immaginando un futuro prossimo nell’appartenenza all’istituzione universitaria; si garantiscono un ruolo definito e riconosciuto socialmente attraverso l’arruolamento nelle forze armate e dell’ordine, aggrappandosi ad un percorso noto e familiare; si difendono rifugiandosi nella rappresentazione di un futuro personale ed esistenziale separato dall’esperienza formativa e lavorativa. Si evidenzia la domanda di senso rivolta dai giovani al mondo adulto e la crisi dei processi di integrazione e coesione sociale.
Una cultura in bilico tra il restare protetti e rassegnati e il cercare fortune e “mete”, senza prefigurare obiettivi legati alla competenza e ai progetti. La cultura esprime un conflitto tra il volersi evolvere e realizzare e la paura del confronto con l’esterno contro cui viene attuata una risposta di chiusura. Lo scenario professionale rimane vago o, meglio, inesplorato. La prospettiva è un futuro che sembra non trovare equilibrio tra la speranza incerta, ma eroica e la prudenza rassegnata del vivere alla giornata. Emerge un futuro problematico, combattuto tra l’avventura del disancoramento dal proprio quotidiano e dalle proprie appartenenze e la monotonia passiva del seguire la via preordinata dal mondo adulto, spesso disinteressato al mondo giovanile.
Il familismo e il conformismo consumistico. Il futuro evoca un mondo dominato dalla logica del mors tua, vita mea, in cui vince il più forte, il detentore di potere e ricchezza. Per questa cultura, famiglia e consumismo sembrano le dimensioni affettive che contano di più. Si tratta di quei valori, veicolati dai mezzi di comunicazione di massa, in cui il conformismo familiare si integra con il desiderio di denaro per acquisire i prodotti reclamizzati quali status symbol che segnano le appartenenze fittizie fondate sull’apparire. Si rappresenta una società individualista in cui si è interrotto il raccordo tra merito e opportunità lavorative sono venute meno le regole che organizzano gli scambi produttivi nel mercato del lavoro.
La domanda di protezione e di potere. È espressa un’esigenza di appartenenza e di contenimento, da parte di strutture ed organizzazioni, delle proprie paure e insicurezze, ma anche un forte desiderio di potere. Il potere evocato è dato dal possesso di una tecnica e dalla sicurezza con cui si affronta l’esterno dove si immaginano posti di lavoro nelle Forze Armate e dell’Ordine, comunque, in un arruolamento. Il modello professionale anticipato pare sia quello volto a garantirsi appartenenze rassicuranti. La funzione di protezione può essere rappresentata dalla scuola, alla quale è rivolta una domanda di presa in carico totale, dallo stesso arruolamento, dalla famiglia, dall’università, che è rappresentata come scontatamente nota. Il lavoro è prefigurato entro appartenenze che rassicurano, in quanto fondate sull’accettazione delle regole di un sistema di potere in cui l’appartenenza è strettamente collegata alla proposta di dipendenza.
Lo scollamento tra esperienza scolastica e inserimento lavorativo. Gli studenti sono immersi in culture professionali che sembrano separate dalle esperienze scolastiche. Il lavoro, fondato sulla eredità familiare o ottenuto grazie a raccomandazioni, rimanda ad un successo che si pensa indipendente dalla competenza acquisita, dalle capacità personali, nonché dalla rispondenza della propria abilità alla domanda sociale. Emerge uno scollamento tra competenza e inserimento lavorativo che si associa al vivere l’esperienza scolastica come priva di implicazioni operative e di ricadute sull’esperienza lavorativa, a prescindere dalle opportunità formative che potrebbe offrire.

Prospettive di sviluppo

Pensiamo alla possibilità di intervenire secondo due principali orientamenti: la promozione della convivenza e la costruzione di senso, soprattutto rispetto alla complessità del mondo del lavoro. La costruzione di senso non va intesa nell’ottica educativa e, pertanto, non si realizza fornendo il proprio senso, come il mondo adulto è abituato a fare. I giovani d’oggi si trovano alle prese con un compito completamente differente dal passato: “non si diventa adulti inserendosi in contesti già dati, ma imparando a rappresentar(se)li, partecipando alla loro continua costruzione collettiva”. A fronte della domanda di senso dei giovani, la scuola, le amministrazioni, le organizzazioni locali, gli psicologi possono attrezzarsi per offrire spazi di elaborazione di modelli di rappresentazione dell’ambiente sociale. Tutti gli aspetti emersi potrebbero essere discussi e utilizzati, dai nostri giovani, quali risorse per un confronto ed un cambiamento. In questo processo la psicologia può funzionare da “enzima”, svolgendo la propria funzione in integrazione con l’attività dei diversi interlocutori interessati a sviluppare il rapporto tra i giovani e il loro futuro.

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